Piero Tagliapietra: Siamo tutti scimmie antropomorfe

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piero tagliapietraSiamo tutti scimmie antropomorfe, ecco questa visione dell’engagement mi ha proprio spiazzata ed è la cosa che mi porterò a casa, in una frase, della chiacchierata con Piero.

Piero è un semiologo che ha lavorato nella comunicazione e ora è mio vicino di casa a CEFRIEL (Polimi). Ma io non sono una brava biografa e lui parla benissimo di sè e delle cose che sa e sa fare nel suo (doppio) blog dove trovate anche i suoi profili social. Nella mia personalissima shortlist di persone che ne sanno un botto lui è quello che su analytics e metriche ha qualcosa di non banale da dire.

Ecco cosa gli ho chiesto e una sintesi di quello che mi ha risposto.

VB: Engagement, ne parliamo come di un termine tecnico ma cosa è per te?
PT: C’è confusione sui termini che si usano all’interno delle metriche perché si confonde engagament (attenzione) con quella che è la participation ovvero la partecipazione. L’engagment è, letteralmente, l’allocazione volontaria o involontaria di risorse cognitive in canali sensoriali specifici. Il problema vero è come si misura l’engagement così definito: dovrei misurare l’attività cerebrale e fare eye tracking, quindi è molto complesso; si può fare ma non è alla portata di tutti, a oggi per comodità si tende a far coincidere due concetti abbastanza diversi.
Engagement oggi viene inteso più come ingaggio che come attenzione, come da etimologia inglese.

VB: Tu hai parlato di engagement come attenzione del singolo, ritieni che sia proprietà solo del singolo o anche del gruppo?
PT: Dipende. Mediamente si può dire che quello che interessa una persona interessa anche altre perché siamo tutti scimmie antropomorfe. Si potrebbe studiare se quello che attira l’interesse di una persona attira anche l’interesse di tutta la community, personalmente credo di sì a parità di condizioni.

VB: Quindi essendo le persone richiamate dallo stesso stimolo ha senso fare delle STRATEGIE di engagement secondo te?
PT: Assolutamente sì. Però il discorso é complesso perché legato alla plasticità cerebrale. Ti faccio un esempio classico, quello del profumo femminile che all’inizio senti e poi non senti più perché il tuo cervello non presta più attenzione allo stimolo. Ovvero se tutti usiamo le stesse strategie poi nessuno presta più attenzione a quella strategia.
A livello di participation una delle cose che funziona meglio è la richiesta diretta di partecipazione ad esempio i casi tipo clicca mi piace se ti piace A condividi se ti piace B. Io chiamo queste cose becere perché stai giocando solo con alcuni meccanismi semplici della mente umana, non credo funzioni sul lungo periodo, ma sul breve funziona.

VB:Esiste un gradiente di engagement?
PT: Esiste un livello 0 e 1 di engagement cioè ho un fiume di contenuti e scelgo di prestare attenzione a uno solo di essi, quello è l’engagement. Poi lì puoi dividere in gradi tra like, commenti etc

VB: Come definisci se una community ha successo o meno?
PT: Il successo dipende innnazitutto da chi lo sta misurando (il committente e il community manager hanno una sensibilità diversa sullo stato di salute della community). Dato che ogni community è a sé vanno sviluppate metriche ad hoc a seconda degli obiettivi che ci si pone. La soluzione è, di solito, che se qulacuno ha fatto un’azione (like, condiviso, retweet etc) ci ha prestato attenzione. Ho quindi un grosso insieme che è l’engagament e un piccolo sottoinsieme che è la participation, perchè se hai partecipato hai prestato attenzione.

VB: Parliamo di metriche di engagement e participation
PT: Adoro questo argomento! Per quanto riguarda le metriche di engagement che è allocazione di risorse neurali dovrei mappare l’uso di alcune aree cerebrali a discapito di altre o misurare l’eye tracking, quindi parliamo di metriche biologiche e complesse, potenzialmente critiche per la privacy.
Sulla participation invece scoperchiamo il vaso di Pandora perché posso elaborare metriche infinite. A seconda della piattaforma e dei tuoi obiettivi definisci delle metriche di riferimento per misurare l’andamento della tua attività, anche se esistono comunque delle metriche consolidate piuttosto standard. Le metriche variano in funzione degli obiettivi
Quando vedo delle formule preconfezionate ho un principio di orticaria perchè sono dei metodi indiretti: è come chiedere a un utente “quale media ha influenzato la tua scelta?” Lui ovviamente non lo sa perché sono cose che avvengono a livello inconscio.
Gli studi in genere affermano di avere misurato engagement ma se è vero o no noi non lo sappiamo. Il metodo dice che ci dovrebbero essere una verifica o falsificazione di ipotesi quindi l’affermazione dovrebbe essere abbiamo misurato in maniera indiretta l’engagemen e loabbiamo verificato attraverso una metodologia di questo tipo.  È difficile trovare ricerche sui social media dove si vada oltre la survey.  Bisognerebbe fare degli studi sul campo. Ma non saranno mai esaustivi neanche questi approcci.

La domanda che non gli ho fatto e la cosa che vorrei approfondire con lui:hai parlato di partecipazione quasi esclusivamente in termini di interazione coi contenuti, non pensi che anche l’interazione tra utenti sia fondamentale nella community e vada anch’essa misurata e monitorata?

Alcune delle cose che dice Pietro le ho ritrovate anche qui:The truth about engagement / Jospeh Carrabis
Piero ha scritto un bellissimo pezzo dal titolo Che cos’è l’engagement? dove parla di Growth Hacking e di Agile & Lean

 

Ho parlato di engagement con…

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Circa un anno fa di questi tempi mi sono messa a fare una serie di interviste con dei personaggi rilevanti del mondo social italiano.
L’obiettivo delle interviste era di indagare l’engagement, il tema cui voglio dedicare la mia tesi di dottorato.
Questa la traccia di intervista a cui ho sottoposto le mie 8 pazientissime “cavie” (che non finirò mai di ringraziare).
A distanza di un anno rifarei le interviste con un po’ più di consapevolezza e cambierei alcune formulazioni, nonchè cercherei di essere meno impacciata (ma sì, in alcuni casi ero anche emozionata)

1.    Engagement, ne parliamo come di un termine tecnico, ma cosa significa per te?
2.    Differenze tra engagement e online participation
3.    Community online: quando definisci che hanno successo?
4.    L’engagement della comunità è misurabile? È stimolabile oppure o c’è o non c’è?

E adesso inizio una serie di post in cui vi racconto cosa mi hanno detto 🙂

p.s. per sapere perchè ci ho messo un anno tra le interviste e questa serie di post vedi qui

[Letture] Due gradi e mezzo di separazione / Domitilla Ferrari

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Premessa: so chi è Domitilla Ferrari da prima che dicesse no al Grande Fratello, ecco ci tenevo a dirlo (la storia qui)
Iniziamo sbirciando il suo seguitissimo profilo twitter (@domitilla) dove si definisce guru dell’ovvio  e mi trova pienamente d’accordo perché in un mondo come quello dei social  non c’è ancora una conoscenza consolidata e l’unica cosa da fare è provare sperimentando in prima persona e raccontare poi ciò che si è imparato vivendo (e bene in questo caso) la Rete. E “Due gradi e mezzo di separazione” è il suo racconto di come fare #networking.

Da Milgram a Linkedin

Il richiamo del titolo è abbastanza ovvio, si tratta dell’esperimento di Milgram che ha dato vita a tutta la teoria dei gradi di separazione. Se non sapete di cosa stiamo parlando guardate il booktrailer del libro che, oltre a essere fatto particolarmente bene, ve lo spiega.

Se i gradi si sono ridotti, come posso approfittare di tutto questo capitale sociale a mia disposizione? C’è una parola magica che si chiama #networking che però non a tutti è chiaro cosa significhi e, soprattutto, come farlo bene. Il libro, partendo da tante narrazioni di storie di vita vissuta, parla proprio di questo.

#networking non è collezionare contatti online come figurine (ce l’ho, ce l’ho, mi manca) ma rapporti veri con le persone, da conoscere anche nella vita reale (@domitilla io voglio prendere il caffè con te a Lambrate ;), per sapere come farlo vi tocca leggere il libro, io mica ve lo dico che poi mi fate concorrenza eh!). Internet è passato dall’essere un mezzo a essere un luogo dove conoscere persone, prendere stimoli, condividere la propria conoscenza e godere di quella degli altri. #Networking non è spammare notizie su di sé ma offrire generosamente quello che si sa senza aspettarsi un ritorno immediato. E questa è la lezione che mi porto a casa dal libro.

Effetti collaterali

Tra le tante cose che ha scritto Domitilla molte mi trovano d’accordo e mi confortano sul mio modo di essere online, ma altre mi hanno fatto dire touché e ora che le so non sarò più la stessa. Eccone alcune:

  • Scrivere con la tastiera non ci esime dall’usare correttamente accenti e apostrofi in nome della velocità (e da questo post cercherò di farlo)
  • L’immagine del profilo ha una scadenza e va pensata accuratamente (bisogna metterci la faccia!) [memo to me: togliere la foto in cui avevo 8 kg di meno]
  • Quando sarò in crisi di identità (sociale) proverò a scrivere 500 battute su me stessa
  • Multitasking è una parolaccia (e me lo aveva già spiegato Rheingold)
  • Inizierò a collezionare degli esergo casomai dovessi scrivere un libro anche io 🙂

Parlando di donne

Un libro che parla en passant anche di questioni di genere (tema su cui sono molto sensibilizzata) e lo fa mettendo nero su bianco un bel po’ di buonsenso.

Basta con i luoghi comuni sulle donne che devono fare rete perché da sole non ce la possono fare. E basta anche dire che tra donne c’è complicità. Se vuoi farcela, comincia a pensare che il genere non è una discriminante. Cambiamo il mondo a cominciare dai nostri pregiudizi

Questo sta scritto nell’introduzione ed è bastato a conquistarmi.

[Letture] Perché la rete ci rende intelligenti / Howard Rheingold

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Rheingold è un nome che dice sicuramente qualcosa a chi si occupa di community, se non altro perché é lui che ha inventato il termine “comunità virtuali”. Pubblica per Cortina il suo ultimo saggio dal titolo “Perchè la rete ci rende intelligenti” (Perché la rete ci rende intelligenti / Howard Rheingold ; edizione italiana a cura di Stefania Garassini, Milano : Raffaello Cortina, 2013, 416 p. 28€) il cui titolo rimanda al testo di Carr “Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello”. La critica che Rheingold muove a Carr e, più in generale, a tutti gli esponenti del determinismo tecnologico riguarda lo sminuire il fattore umano perchè, di fatto, le tecnologie sono centrate sull’uomo. In questo senso ci invita alla pratica dell’infotention, il neologismo che crea per descrivere il legame mente-macchina e il complesso di competenze mentali sull’attenzione e i filtri tecnologici sull’informazione. Possiamo pensare al testo di Rheingold come a un manuale di educazione alla cybercultura e di “come si possono usare i social media in modo intelligente, umano e soprattutto consapevole. Questo libro parla di ciò che ho imparato”


Rheingold sistematizza il proprio pensiero attorno a 5 nuclei principali che chiama i 5 alfabeti da apprendere per essere netizens:

  1. attenzione
  2. partecipazione (introducendo il concetto di architettura della partecipazione)
  3. collaborazione (in termini sociologici parleremmo di azione collettiva)
  4. consumo critico dell’informazione (crap detection)
  5. intelligenza a misura di rete (network smart)

Attenzione: il multitasking è un’illusione, non è un lavorare in parallelo a tanti task ma un passaggio rapido da un’attività all’altra con conseguenze sulla produttività e sullo stress. L’attenzione va allenata, cominciando dal lavorare sul respiro (e verificate se mentre controllate l’email tendete a trattenerlo con un’emulazione del meccanismo biologico del fight or flight- combatti o fuggi). Se la competizione per l’attenzione è altissima in un contesto caratterizzato da informazione abbondante e di qualità non garantita perchè scarseggiano i fact-checkers, allora diventa fondamentale entrare nella catena alimentare informativa, risalirla per catturare l’attenzione e farsi notare (guardate in quest’ottica meno marchettara anche il personal branding)

Partecipazione: se il contesto è questo, allora come si può dominarlo? ognuno di noi come individuo (e la società nel suo complesso) ha il dovere di porsi in maniera critica davanti al flusso informativo per decidere a cosa dedicare energie e cosa portare all’attenzione delle altre persone (insomma la prossima volta prima del tasto condividi pensate se non state contribuendo a diffondere l’ennesima bufala)

Collaborazione: ripensando alle community come svincolate dai luoghi in cui vivono le persone e legandole al concetto puro di community come legame tra le persone, Rheingold sviluppa il tema della collaborazione. La possibilità estrema della personalizzazione e la connettività ubiqua (chissà cosa ne pensa del wearable?) danno luogo all’individualismo interconnesso che è la base su cui si fonda questa comunità dove i legami forti sono tra persone e non tra luoghi. Il concetto di capitale sociale è centrale, ma cambia significato e forme configurandosi come un nuovo capitale sociale online che diventa il valore del pay forward, legando la propria riflessione alla teoria dei beni comuni di Ostrom. Le comunità virtuali, come i contratti e le costituzioni sono tecnologie di cooperazione e diventare netizens, ovvero cittadini consapevoli del digitale, ha a che fare non solo con il miglioramento individuale ma con una questione sociale più ampia legata al miglioramento della società.

Crap detection: Rheingold descrive in dettaglio come trovare e distinguere le fonti informative che non sono solo testi ma, soprattutto, persone che vanno a costituire il personal learning network (PLN) in cui le persone rivestono il ruolo di tutor del pensiero critico. La ricetta per la PLN in 8 punti è: 1-esplora 2-cerca 3-segui 4-metti a punto 5-alimenta 6-coinvolgi 7-interessati 8-rispondi, insomma la base della vita sui social e online no?

Network smart: tutto questo ci permette di sviluppare una nuova competenza ovvero un’intelligenza a misura di rete

Ma Rheingold è un grande studioso di dinamiche delle community e a esse dedica nel saggio alcune riflessioni che sintetizzo qui di seguito (a uso e consumo di chi si occupa di community management et similia):

  • le comunità virtuali sono strumenti di cooperazione per risolvere i dilemmi sociali
  • le community sono passate dall’essere comunità basate sul vicinato a comunità basate sulle reti sociali nelle quali il ruolo e la posizione del singolo sono fondamentali. In termini di connessioni ancora più importante del numero grezzo  (una vanity metric) è la posizione, il fare da ponte (in termini SNA eigenvector centrality)
  • secondo Wellman la community è una rete di legami interpersonali finalizzati alla convivialità, al supporto reciproco, all’informazione, al rafforzamento di un’identità sociale e di un senso di appartenenza
  • una rete è diversa da una community perchè nella prima i membri possono comunicare online anche senza stabilire relazioni interpersonali
  • gestire una comunità virtuale è come dare una festa, non basta affittare il locale e comprare cibo e birra, bisogna invitare un insieme di persone interessanti, facilitare le conversazioni e prevenire i dissidi
  • nelle community il concetto di capitale sociale online è fondamentale, perchè rappresenta gli accordi e le reti di comunicazione che consentono alle persone di fare delle cose insieme in modo informale

Citazione del cuore:(Rheingold sugli smartphone)

Sapere di avere in tasca un oggetto che è al tempo stesso torchio a stampa, stazione radio, sala di comunità, mercato, scuola, biblioteca -e sapere come usarlo a proprio beneficio- è ciò che fa la differenza tra un semplice consumatore di gadget elettronici e un cittadino autonomo e responsabile

Keywords: infotention, playbor, mundfulness, capitale sociale online, personal learning network (pln), cybercultura, architettura della partecipazione, individualismo interconnesso

Letture, spunti e autori da approfondire [memo to me]:

  • [spunti] concetto di legami assenti di Granovetter
  • [spunti] creare curva dell’impegno per catalogare i comportamenti degli utenti di una community
  • [spunti] le fasi di creazione di una PLN possono essere applicate anche al setup di una community?
  • [autori] Ostrom (sui beni comuni)
  • [autori] Naomi Baron (sul multitasking)
  • [autori] Linda Stone (sull’attenzione)
  • [letture] The strenght of internet ties (sul capitale sociale online)
  • [letture] Networked: The New Social Operating System / L.Rainie, B: Wellman
  • [letture] Telling experts from spammers expertise ranking in folksonomies (sulle folksonomy)

Del perchè la maternità non è una malattia (ma neanche una passeggiata di salute)

Presenza incostante la mia sul blog e adesso, rovesciando in questo blog un po’ di fatti miei personali, vi spiego perchè. Sono diventata mamma (per la seconda volta). Bellissimo, brava ma siccome oggi la pupa ha solo un mese che hai fatto prima? Ho preso una pausa. E mi è piaciuto. E non mi sento in colpa per essermi fermata.
Dove leggi leggi ti dicono che la maternità non è una malattia, eccerto sono d’accordissimo. Ma non è nemmeno un momento normale della vita. Non ho voluto fare quella che “io fino al giorno prima tiravo giù le tende salendo e scendendo dalla scala”, nè quella che “ho lavorato anche durante le contrazioni” (per inciso io durante le contrazioni manco sapevo come mi chiamavo, poi quelle mi spiegano come fanno). Non ho voluto, non ho potuto, non fa differenza. Ho ascoltato me stessa e le mie esigenze. E ho smesso di pensare al dottorato, alla ricerca, al lavoro e a tutto il resto. Perchè avevo altro da fare. Mi sono liberata dalla pressione sociale del dovere dimostrare che ANCHE in gravidanza si può fare (quasi) tutto. Perchè non è vero, è una balla e mi sembra pure una fregatura. Perchè il rispetto della maternità esiste solo a parole nella vita di tutti i giorni: ho il contrassegno per lo stallo rosa (quei parcheggi riservati alle donne incinta), mai trovato libero (e non perchè occupato da “colleghe di maternità”), in fila alla cassa precedenza gestanti e disabili mai fatta passare una volta anzi mi sono presa parole quando a uno che mi chiedeva “scusi posso passare c’ho due cose” gli ho detto picche (“scusa c’ho una panza che non respiro, i piedi gonfi e mi si sta spaccando la schiena e tra mezz’ora devo essere all’asilo a prendere l’altro figlio, non ti basta?”), mai fatta sedere sui mezzi pubblici. Perchè è difficile continuare a fare tutto e essere incinta. Portare in grembo un figlio è un privilegio? Forse sì ma è anche un’immensa fatica. Per me lo è stato. Così ho fatto quello che mi sentivo e Adele è nata bella e sana per Natale. Starò a casa il più possibile con lei e suo fratello perchè se è vero che i ruoli dei genitori sono intercambiabili (vedi questo post) e siamo anche una famiglia esemplare da questo punto di vista, lei riconosce il mio odore, la mia voce e il mio battito cardiaco. Perchè era dentro di me, non dentro nessun altro. E siccome è quasi sicuramente l’ultima volta che sarò mamma ho il diritto di godermelo senza sensi di colpa. Senza dimostrare che io a due settimane dal parto mi tiravo il latte e iniziavo a lavorare o altro. Ognuna libera di fare come crede, ma non cediamo alla tentazione di credere che sia la normalità fare finta che non accada nulla o che sia poco impattante sulla vita di una donna.
Perchè ve lo racconto qui? Perchè ho da pagare dei debiti grossi come una casa. Prima dell’estate ho raccolto delle meravigliose interviste per il mio phd sull’engagement nelle community. Piero Tagliapietra, Paolo Ratto, Emanuele Quintarelli, Alessandra Farabegoli, Mafe De Baggis, Emanuela Zaccone, Luca Conti e Fabio Lalli mi hanno concesso il loro tempo e li ringrazio. Ringrazio anche tutti quelli che mi hanno detto di sì ma poi, siccome per i motivi v.sopra mi sono dovuta fermare, non sono riuscita a concretizzare. Un grazie a una persona che non riuscirò più a intervistare perchè è improvvisamente scomparsa, l’ho chiamato e mi aveva manifestato tutta la sua disponibilità, sono sicura che non potere parlare con lui sarà una grande perdita. E siccome nella ricerca sociale mi hanno insegnato che è giusto rendere ciò che si è ricevuto e perchè è anche la mia forma mentis e il principio di condivisione su cui si basa il web in cui credo, volevo fare pubblica ammenda. Per il momento non so quando riuscirò a lavorare i dati che ho raccolto, riesco a ricavarmi pochi momenti in cui mi piace ripartire un po’ con la vita di prima (che diciamocelo fare SOLO la mamma è anche bello alienante) per cui scusatemi tanto Piero, Paolo, Emanuele, Mafe, Alessandra, Emanuela, Fabio e Luca ma la promessa di tenervi aggiornati sui risultati per il momento non riesco a mantenerla. Ma tra #work e #life in questo momento ho fatto la mia scelta.

World Wide We /Mafe de Baggis (Letture)

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Ci sono dei libri che arrivano nel momento giusto e che ti danno il fil rouge per interpretare i fenomeni che stai osservando: per me World Wide We è stato uno di questi. Questo post è un mio riassunto personale degli spunti più interessanti a uso e consumo mio e di chi ne può essere interessato-anche per non dimenticarmeli visto che il libro devo restituirlo in biblioteca perdonami Mafe se non l’ho comprato ;).
Ho capito una cosa: che mi piacciono i libri scritti da giornalisti che si occupano di web perchè hanno una penna felice e non ti ammazzano di tecnicismi. L’idea alla base del testo è quella di aiutare le aziende a progettare la presenza online, il volume è del 2010 che potrebbe volere dire preistoria per la maggior parte dei libri che trattano di socialcosi ma, essendo un libro che mi piace definire di metodologia, non è così.Ecco cosa mi sono portata a casa io da questa lettura.

Una cosa che mi ha sempre colpito è l’espressione “attivare una community” ecco cosa leggiamo a tal proposito nel testo: “attivare una community richiede più empatia che competenza, più pazienza che soldi, più umiltà che tecnologia“. Progettare lo strumento e metterlo in mano a uno che ne sa di informatica (argh!) o che ne sa di social spesso non basta. L’empatia è la chiave del successo. In alcune community che mi sono capitate non ero empatica, non ero competente, forse ero paziente e umile ma le 3 cose devono andare di pari passo. Ecco che si spiegano gli annunci che richiedono un community manager appassionato di running, motori, fashion o altro. Pensando ala mia esperienza mi viene da dire: ma se avessimo pubblicato un annuncio in cui si chiedeva un community manager appassionato di integrazione tra studenti stranieri avremmo trovato qualcuno? Beh ci sono argomenti più facili di altri, no?
La progettazione (paola chiave, spesso ignorata perchè vige ancora l’approccio alla armiamoci e partiamo) sui social media parte dalla verifica sul nostro obiettivo: è compatibile con le persone cui ci rivolgiamo? Le persone nei social sono agenti e non ricettori del messaggio come nei mass media.
Faccio mia-e lo farò a lungo- la definizione di community che viene data che riporta tutto a una dimensione di ragionevolezza e buon senso che spesso si perde: community è “un gruppo di amici che ancora non si conoscono (bene)“. Ci sono 3 concetti diversi sottesi: uno è l’appartenenza (avere qcs in comune con molte altre persone, si riferisce a macroconcetti come essere italiani, donne, mamme etc), l’altro è la rete ovvero essere collegabili a queste persone (e tutta la teoria delle reti che ne deriva) infine ci sono le community e le tribù ovvero avere un legame forte con alcuni. La community è quindi una questione di legami tra persone.
Il lavoro che va fatto quindi consiste nell’individuare le reti e attivare le community, il legame tra le persone deve preesistere, non può essere calato dall’alto; guardandola da questo punto di vista quindi esistono solo community bottom-up e non esistono community create dall’alto.
Le reti infatti non possono crescere in base al nostro progetto, ma solo quando le persone che le compongono fanno ciò che vogliono/di cui hanno bisogno in quel momento aggiungendo valore alle reti stesse. Ricordiamocelo nel momento in cui in una riunione diremo: gli utenti qui devono...pensiamo a un habitus nuovo che ci permetta di dire le persone qui vogliono!
Sulla visione delle nuove tecnologie Mafe regala di nuovo parole di buonsenso: le nuove tecnologie, dice, sono solo un modo migliore di soddisfare un bisogno dell’animale sociale ovvero quello di creare relazioni con gli altri “Internet non é un cambiamento di percorso, è un passo avanti sulla stessa traiettoria” (p.9).
In questo senso Internet è un facilitatore di processo perchè ci permette di incontrare persone non solo in base alla prossimità fisica e socio-demografica, ma in base a una comunanza di interessi.
Ho sempre cercato una tassonomia delle community ma la distinzione che qui viene fatta tra community tematiche come basate su una condivisione di contenuti e tra social network come condivisione della propria vita mi sembra importante e mi fa chiedere quale Idra abbiamo generato con le community tematiche sui social network.

Dopo averci guidato in questa introduzione teorica il libro prosegue con l’attività di pianificazione e gestione dell’ascolto. Alzi la mano chi almeno una volta è partito in quarta senza farla! (Io ho la mano alzata e il capo cosparso di cenere). Dall’ascolto deve scaturire una mappa che indichi i temi, i protagonisti e gli interessi del nostro ambito di riferimento.

Ma la parte più interessante del libro è quella che tratta dell’uso/abuso della parola community. In America la community è chiaro cosa sia, si riferisce anche a una dimensione di aggregazione sociale della vita quotidiana che da noi non ha corrispettivi. Quindi abbiamo importato un termine senza chiarirne l’ambiguità di fondo: in estrema sintesi la community è un insieme di persone che hanno qualcosa in comune tra loro, bisogna solo capire che cosa è quel qualcosa e come si legano le persone. Se le persone non si conoscono ancora tra di loro la community si definisce latente (in potenza? nostro scopo è trovare il social object che la trasformi in una community in atto). Allora il sintagma community design significa individuare una community latente e darle gli strumenti per diventare attiva creando relazioni libere e spontanee tra i membri. Il community design quindi precede logicamente il community management e il community management consiste nel mettere delle regole per evitare che qualcuno mandi in vacca il tutto. Detta così sembra facile no? Ma la mia preferita è la community inattiva il vero coitus interruptus delle community (LOL!) cioè persone che si riconoscono come simili ma che non hanno rapporti tra di loro, ma solo con il sito che è il punto di raccolta (queste community quasi onanistiche mi fanno morire dal ridere se non sapessi in tutta coscienza di avere contribuito a crearne). In questo caso è facile confondere community con utenza (i visitatori del sito, gli utenti registrati…); solo nel primo caso è presente il desiderio (conscio o inconscio) di frequentare persone affini in un luogo di incontro libero e informale. E se vi va bene da community potrete passare a Tribù che, per evolvere, ha bisogno di una massa critica ovvero dell’utenza e rinunciare al controllo sia sul messaggio che voglio fare circolare che sulla sua forma (il senso invece va gestito). Insomma bisogna accettare che i figli, ormai grandi, vadano in vacanza da soli. Parafrasando l’amico Federico direi che “la community si dà quando gli utenti vanno in vacanza da soli

Allora le community sono anarchiche? No anzi, si possono e devono progettare ma rispettando le loro caratteristiche e peculiarità. L’errore metodologico più grosso che si può fare è partire dalla riflessione sul mix di strumenti da usare non capendo che l’esatto incipit riguarda invece la progettazione della socialità che comprende: l’analisi delle caratteristiche delle persone che vogliamo coinvolgere, i loro bisogni e desideri, le loro abitudini, l’analisi delle relazioni tra di loro e con noi. Ma progettare significa solo creare un ambiente favorevole affinché possa accadere quello che noi vogliamo, non definire un rigido percorso passo passo. La differenza sta tutta nel riconoscere e capire il mitico social object che è quello che fa la differenza tra una occupazione guerriera DEI social media e una strategia di relazione SUI social media.
Non preoccupiamoci eccessivamente del proteggere e svezzare la community che va vista come una struttura resiliente che sa assorbire gli stimoli in arrivo dall’esterno senza cambiare forma e sostanza. Allora se tutto si gioca attorno al social object che cosa è questa entità che dobbiamo cercare? Semplicemente il motivo per cui due persone iniziano a parlare tra di loro invece che con qualcun altro: la ragione per cui iniziamo a socializzare tra di noi è il social object. Mafe usa le figure di Propp per regalarci un’immagine del community manager davvero pregnante: non più eroe ovvero protagonista, nè antagonista (strategia che non paga, vedi i casi che hanno fatto scuola tipo Patrizia Pepe) ma donatore, una figura che sta dietro le quinte che sa fare avanzare la storia permettendo ai partecipanti di fare amicizia e entrare in relazione tra di loro, trovando persone affini sconosciute sino a poco prima. Nelle comunità latenti non basta esplicitare il social object ma è necessario anche specificare l’universo linguistico di riferimento creando uno script, un concept della community, il community mix ovvero progettare, partendo dal social object i contenuti e le esperienze che riescono a offrire qualcosa di diverso dalle esperienze fatte sinora che sia coerente con la nostra immagine.
Bisogna decidere quali saranno gli spazi (on-site, off-site, social search) e fare seguire un progetto tecnologico e decidere se ci si vuole rivolgere a tutti gli interessati o a un sottoinsieme di persone che già si conoscono.

A questa prima fase va fatto seguire un palinsesto di iniziative, una interfaccia che reifichi i contenuti e il linguaggio, dei pattern e degli standard di riferimento (mai perdere la consapevolezza di ciò che accade), legando tutto a degli obiettivi.

L’ultima parte del libro riguarda la misurazione dei risultati, un tema che è croce e delizia per chiunque lavori con i social media. Non dobbiamo interpretarli come un rapporto di causa-effetto ma come una finestra di opportunità non preoccupandoci troppo di digital trivia (banali conteggi) ma relazionandoli sempre agli obiettivi.

Insomma World Wide We: accattatevillo!

Il mio MOOC in social network analysis con Lada Adamic

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[Disclaimer: riapro il blog dopo Nmila mesi in cui sono successe tante cose e mi trovo questa bozza. Mi viene voglia di completarla e lo faccio, l’esperienza che volevo raccontare rimane bellissima e merita]

Nonostante io sia una MOOC addicted non ero mai riuscita a portare a termine un MOOC.
Qualcuno l’ho mollato per mancanza di tempo, molti perchè sapevo essere a un livello di conoscenze superiore al mio, altri (uno solo a dire il vero) perchè mi sembravano fatti male finchè…il 7 maggio…eccolo!

Mooc statement of accomplishment

Mooc statement of accomplishment

Dopo 8 settimane sono arrivata all’esame finale di Social Network Analysis con Lada Adamic. Sebbene il corso non prevedesse particolari pre-requisti per me è stata una sfida non da poco. Un MOOC a grandi linee funziona così. Ti iscrivi, è gratis, il percorso è strutturato in video lectures con dei quiz di comprensione, un homework a settimana, un esame finale. L’impegno che ci ho messo è stato di circa 6-8 h a settimana, non poco considerato che nel frattempo attorno a me succedeva di tutto.
Intanto vi dico due cose sui MOOC perchè mi sono accorta che in tanti ancora non sanno cosa siano (comprensibilissimo visto che si tratta di un fenomeno nuovo). Sciogliendo l’acronimo già si capisce molto: MOOC vuole dire massive open online courses ovvero corsi aperti massivi cioè rivolti a un gran numero di persone, parliamo di alcune migliaia di persone sparse nel mondo. Ma per sapere qualcosa di più sui MOOC vi consiglio di prendervi un po’ di tempo e seguire questo webinar. Per rimanere sempre aggiornati invece ecco una bella raccolta di articoli sul tema.

Ma torniamo alla mia esperienza. Ho pensato tante tante volte di mollare. Tra l’inglese che non è così fluente, la matematica che non è il mio forte (e vogliamo parlare delle mie inesistenti basi di statistica?) e poi il fattore più critico di tutti: il tempo. Se fai una cosa che ti assorbe così tante ore alla settimana, che ha scadenze fisse che non puoi bucare, se le ore sono limitate allora deve intervenire un forte fattore motivante (le percentuali di abbandono di questi corsi sono altissime). E qui c’è stata per me la vera sorpresa del corso. Non ho trovato tanto la motivazione in me quanto al di fuori di me: nella community che si è aggregata intorno al corso.

Premesso che:ufficialmente il corso è senza prerequisiti (ma diciamo che non è alla portata di tutt*) e che sono previsti due percorsi: il “for dummies” e quello con l’opzione di programmazione (indovinate quale ho scelto?), che molte delle persone che lo frequentano non sono digiune della materia anzi! (il nome di Lada Adamic non è proprio sconosciuto nel settore) non è stato facile entrare nei forum o nel gruppo Facebook di autoaiuto (si chiamano study group ma io li ho usati con uno stile alla Alcolisti Anonimi) e dire: “ok siamo in migliaia qui dentro, io sono alla seconda lezione e non capisco nulla, sono la più scema del villaggio (globale)?”
E incredibilmente è emersa dalla community il sostegno, il “non mollare che anche per me i Logaritmi (lo scrivo con la maiuscola perché sono per me un’entità suprema e inconoscibile) sono stati una sfida”. Così ho continuato, partecipando attivamente alla vita della community online (soprattutto del gruppo Facebook), servendomi dei pari non tanto per un aiuto “tecnico” quanto per un supporto motivazionale. E postando screenshot di quello che facevo al computer mi sono sentita in un gruppo di pari, forse in quella che Mafe DeBaggis chiamerebbe tribù.

Cosa ho imparato da questa esperienza? Beh incredibilmente l’esito più prezioso non è stato solo acquisire delle competenze di base di Social Network Analysis ma (viva la serendipity!) portarmi a casa una lezione sulle dinamiche di community ottenuta con una sorta di metodo Stanislavskij 🙂

Lessons learned:

  • non costringere le persone nelle community ufficiali ma dare loro la possibilità, anzi incentivare la creazione di gruppi più piccoli riuniti attorno a un microinteresse specifico (sotto-tribù legate a un social object più piccolo rispetto a quello emerso inizialmente)–> es: il social object della community è la social network analysis, del gruppo cui partecipavo io erano le indicazioni pratiche per aiutarsi a studiare meglio da neofiti. Altri gruppi e forum legavano invece sottotribù attorno alle esigenze di programmazione. La lungimiranza dei creatori è stata nel non costringere tutti nel forum ufficiale all’interno della piattaforma, ma nell’incentivare le forme di auto-organizzazione che però generavano comunque valore e potevano venire tracciate grazie al suggerimento di usare degli hashtag condivisi
  • misurazione del successo; parlavo recentemente con Paolo di come stia emergendo la tendenza da parte dei committenti a chiedere ai community manager di fare fluire una community entro il rigido spazio predisposto dall’azienda. Insomma portarsi la community in casa, non parlo solo dello spazio su Facebook ma proprio in qualche cosa di proprietario perchè così si può misurare. Come questo sia un abominio in termini di dinamiche di community mi sembra evidente. Meglio un bel gregge di utenti silenti o che vanno stimolati con una sorta di accanimento terapeutico e che stanno nel tuo spazio o pochi ambasciatori-evangelisti che stanno dove pare a loro e che si prendono la briga di scrivere di te e di raccomandarti caldamente? Per inciso se Coursera mi avesse chiesto di scrivere un post come quello che sto scrivendo sul loro spazio non so se l’avrei fatto, ma dò loro la possibilità di trovare, tracciare e misurare la conversazione che sto sviluppando attorno a loro—> se pensi solo a misurare insomma non so se ti è chiaro che quello di importante che succede non sta (solo) nei numeri
  • tassonomie delle community (si vede che ho fatto la bibliotecaria vero?). Che community è quella che si aggrega attorno ai MOOC? una community di pari? che logiche la governano? Sono i MOOC l’entità in cui, sia ben chiaro, a un intento apparentemente solo filantropico (ma dai ci credete davvero?) sottende un forte interesse di attrattività e competitività in ambito educational, vedremo ibridarsi le dinamiche di attivazione e stimolo delle community sviluppate in ambito aziendale con dinamiche di libertà assoluta e di evangelizzazione spontanea tra pari? Chi misura il successo di queste operazioni di community management? E che community management è possibile su questi gruppi enormi numericamente e globali?

[In tour]: i bibliotecari si raccontano, Crema 30 maggio 2013

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titoloconvegno

Me ne vado in gita raccogliendo un invito dei bibliotecari di Crema che hanno organizzato una giornata di riflessione davvero originale nel mondo delle biblioteche. Il 30 maggio prenderò parte assieme a tanti amici e (ex-?) colleghi alla giornata “I bibliotecari si raccontano: sfide opportunità e alleanze” 

Yes, I did it again! Lo so che mi ero ripromessa di non andare più in giro a parlare di biblioteche perché ormai è un tema sul quale non lavoro più e ci sono tanti bravi e preparati bibliotecari che hanno cose intelligenti da dire, ma la tavola rotonda di Crema ha qualcosa di speciale.
Innanzitutto perché non si parla del contenitore e del contenuto ma dell’anima sociale della biblioteca: i professionisti che vi lavorano e poi perché ci sono al tavolo tante persone che stimo e con le quali sono in relazione solo online e non vedo l’ora di conoscere di persona (con una certa ansia da primo appuntamento).

Il programma vede (in ordine di apparizione): Anna Galluzzi (che scrive di biblioteconomia con una profondità critica invidiabile e ha una montatura degli occhiali bellissima), la “mia” Caterina Ramonda con cui ho condiviso l’Università e le gioie del blog, Roberta Cirmbelli di Extratime (che bello quando i bibliotecari usano per definirsi la qualifica di blogger), Virginia Gentilini che non mi sembra possibile che ancora non conosco di persona (adoro il suo blog a partire dalla frase “Le biblioteche sono piene di libri, ma è solo un caso”, le chiederò come fa a leggere tutta quella roba di cui scrive, è il mio “bigino” sui social media), poi ci sarei io con le mie fregnacce e infine Francesco Serafini che è quasi un vicino di casa ma che non ho mai conosciuto di persona.

Tutti a parlare dell’essere bibliotecario oggi. Sono davvero curiosa di sapere che immagine dipingeremo. Ci sarebbe da invitare qualche giornalista che ripropone sempre le stereotipate immagini del bibliotecario. Anzi giornalisti o tutti voi che avete l’idea del topo di biblioteca se volete venire siete ben accetti, ma ricordatevi di iscrivervi! 

Strategia di engagement e misurazione dei risultati in comunità di pratica online

Lunedì presentazione dell’idea di progetto sul quale voglio spendere i prossimi due anni. Il pomposo titolo é: Strategia di  engagement e misurazione dei risultati in comunità di pratica online

Il lavoro di poche cartelle che illustra quello che mi sono proposta di fare è qui:

La mappa concettuale che ho fatto per arrivare ai 10 minuti di presentazione di lunedì è qui:Presentazione 3 dicembre

Il prezi che userò per illustrare le mie idee invece è qui:http://prezi.com/ibig7yz15kn9/strategie-di-engagement-e-misurazione-dei-risultati-in-comunita-di-pratica-online/

Una raccolta di link sull’engagement è qui: http://www.scoop.it/t/engagement-metrics

Molte cose non vanno o non sono ancora definite per cui qualunque commento è benvenuto.

 

Riflettendo sull’engagement

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Sto riflettendo in questi giorni sull’engagement. Il punto di vista che voglio assumere è quello del community manager che si trova a dovere creare e fare crescere delle comunità di pratica/di scopo(?) intorno a temi di alto interesse ma di basso impatto (sì sto descrivendo il mio lavoro).

L’ipotesi alla base è che l’engagement che non riesco ancora a definire compiutamente ma che considero diverso dalla online participation, sia stimolabile e misurabile. Ne deriva un percorso di ricerca che si propone di:

  • misurare la risposta della community a uno stimolo (esistono contenuti più “ingaggianti” di altri?)
  • fornire delle misurazioni del successo che permettano di dire: questa community è andata bene/male (e se possibile perchè) considerando che non ho degli obiettivi di business in senso stretto.

I grandi dubbi che non riesco a risolvere:

  • come definisco l’engagement? Per ora mi piace questa definizione (thks to Debra Askanase @askdebra)

online commitment shown from fans within social media spaces by interacting with content

  • l’engagement è monodimensionale o multidimensionale?

Ho messo quello cui sono arrivata in questa mappa qui sotto (puro brainstorming)