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shefactorQualche tempo fa ho fatto una cosa che si chiama SheFactor. Ora ve lo spiego come ho cercato di spiegarlo ai miei genitori che di social non sanno nulla, non hanno internet, non usano il computer e non parlano inglese.
SheFactor è un progetto che vuole aiutare le donne a fare personal branding che, detto in soldoni, vuol dire imparare a vendersi bene (e capire come gli altri ti vedono che poi era la parte che più mi intrigava). Negli ultimi anni ho sviluppato una vera avversione per qualunque cosa specificatamente dedicata alle donne e ammantata di rosa . E se da una parte questo bollino rosa  non mi convinceva affatto, dall’altra ero sicura che questa cosa del personal branding fosse roba per freelance e non per me che insomma alla fine sono una statale no? (un impiegato statale che pensa al personal branding è roba che manco Lercio).

Però mi sbagliavo e ci sono stati due stimoli che mi hanno permesso di cambiare idea:

1-Che anche a quella gran testa della Farabegoli questa roba del rosa, della riserva femminile stesse stretta come ha scritto sul blog di progetto, ma poi lei era una degli ambassador quindi ci metteva la faccia e alla fine se lei ci mette la faccia è una garanzia (alla peggio l’avrei scalzata dal mio personale Olimpo deglii dei del social se SheFactor si fosse rivelato una boiata)

2-Che mi avesse tirato dentro Ilaria (anzi la Baibe), quell’amica che conosco da anni e con cui ho sempre pensato di volere condividere un progetto.
Perchè il bello di SheFactor (che per certi versi forse è stato anche il brutto) è che per spronarsi a vicenda e perchè il personal branding  è, sotto sotto, capire come gli altri ti vedono e lavorare per fargli vedere quello che tu vorresti vedessero (versione per il mio papà: un po’ come stare al bar a sentire cosa dicono quando credono che tu sia già uscito dalla porta) è che si lavorava in tandem. E la mia tandem è stata Ilaria. Alla fine Ilaria ha anche vinto e io le ho mandato un messaggio all’una di notte per dirglielo perchè sotto sotto siamo sempre delle ragazze di campagna e alla premiazione a Milano non ci siamo andate quindi ci siamo rese conto di tutto tipo 24 h dopo. (Confesso pubblicamente che Ilaria ha cercato di convincermi a andare ma io avevo da infornare le torte per la festa del seienne del giorno dopo e con questa affermo che di personal branding non ho evidentemente imparato un tubo)

E ora: bilancio dell’esperienza. Del miele hanno parlato in tante (ad esempio qui), io voglio aggiungere un po’ di fiele.
Mi è servito fare SheFactor? Certo! come tutte le cose che ti permettono di imparare. Alcune cose fra quelle insegnate le sapevo già e le facevo abbastanza bene, altre invece non erano mai passate per la mia testolina. Alla fine è stato un lavoro di verifica e riposizionamento della mia immagine sui social media. Vedendo cosa emerge su di me ad esempio dal mio GoogleCV ho capito che non sono carne nè pesce: scrivevo di biblioteche per ragazzi ma lavoravo in biblioteche accademiche, ora studio e lavoro nel mondo social, ma la mia reputation è ancora legata al mondo delle biblioteche. Alla fine il mio personal branding da sistemare ce l’avevo bel bello anche io. E fin qui vado nel coro del miele.
Ma ora il fiele. Una cosa su tutte non mi è piaciuta. Io credo nelle community (questo non è una novità) e nel potere del networking. SheFactor era anche una potentissima occasione per entrare in contatto con altre professioniste e, soprattutto, per confrontarmi con loro. Ma gli ambienti dove potevamo farlo, gruppo Facebook in primis erano “blindati” da una frase che più o meno suonava così: “grazie ma quello che hai scritto è in approvazione ma non sarà mai approvato perchè la nostra policy  non ci permette di pubblicare i tuoi contributi, però li leggiamo eh!”
E qui ci sono rimasta male. Perchè blindare una community tranciando le possibilità comunicative e espressive dei menbri non è mai una buona idea, considerato anche che il contesto era potenzialmente poco critico (professionisti avvezzi a usare la rete e a conoscerne dinamiche e netiquette). Capisco che si sia privilegiato il modello del lavoro a coppie (tandem) ma perchè precluderci la possibilità di fare una domanda se non mettendo un commento in coda a un post pubblicato magari non propriamente attinente al nostro quesito? A questo punto mi sarei aspettata, se la idea era quella di irregimentare una eventuale conversazione spontanea dal basso, la creazione di una pagina e non di un gruppo segreto.
Ma, soprattutto, penso che sia una occasione persa la mancanza agevole di confronto con colleghe diverse dalla tandem. Perchè in un progetto in cui ti metti in gioco ci sono anche dei momenti in cui ti senti inadatto, oppure ti sei scelto una tandem sbagliata e che latita e ti senti un po’ solo. Mi è capitato in un MOOC, quando stavo per mollare e ho trovato nella community lo sprone e lo stimolo a andare avanti perchè potevo scrivere e sentire che altri avevano i miei stessi dubbi e perplessità. E anche se il personal branding è, per definizione, personal,  pregiudicare il peer learning è quantomeno un peccato. Ho preso tanto ma avrei potuto avere di più. Che dici @fparviero alla prossima edizione lasciamo le studentesse più libere di chiacchierare tra loro? 🙂

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