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Lunedì tempo di bilanci sulla settimana appena trascorsa. Tra le cose belle sicuramente la conferenza di Jenkins in questi giorni in tour italiano.
Ha parlato anche all’Università di Milano Bicocca con uno speech dal titolo How Content Gains Meaning and Value in the Era of Spreadable Media
Ecco cosa ho imparato:
Se pensiamo al content rimanda all’idea di qualcosa che è contenuto, adesso per il concetto di spreadable media non si può più pensare al contenuto in quest’accezione, breaking up the boundaries.
L’importante, si chiede Jenkins è il content o il design? La risposta è semplice: use.
Il lavoro da fare non è tanto sulla tecnologia, ma sulla cultura e l’uso che le persone fanno dei media, sulle cultural logics con cui le persone rispondono ai media.
Ecco allora che la sua narrazione ruota attorno queste 4 parole chiave:
1-TRANSMEDIA: vuole dire, in senso lato, across media, ovvero che relazione esiste tra piattaforme? generalmente legato al termine storytelling in realtà si situa più correttamente nell’ambito della user experience. Impressiona questo video che non conoscevo, un ipotetico TED2023 girato da Ridley Scott.
Il focus si sposta dallo storytelling come promozione del brand allo storytelling come modello creativo di creazione di storie. Ma le storie nei transmedia continuano e si contaminano e “transmedia storytelling is a process where integral elements of a fiction get dispersed sistematically across multiple delivery channels for the purpose of creating a unified and cooordinated entertainment experience”. Un esempio? Glee , con il riuso amatoriale delle canzoni.

Fonte immagine: http://bit.ly/Nsqa9O

2-CONTENT IS PARTICIPATORY: non pensiamo solo a esempi famosi come wikipedia ma anche a tutto il mondo delle fan fiction. Mi ha molto colpito un caso citato da Jenkins su una scuola dell’Indiana, all’interno della quale Wikipedia è bandita, ma i docenti la portano ugualmente in classe adottando una voce e discutendo sul miglioramento da apportarvi (e questo mi ricorda il recente caso degli studenti di Mirandola)
Tra gli aspetti più interessanti della participatory culture sicuramente le basse barriere di accesso e la facilità di engagement, “every reader is a potential writer”, “members believe their contributions matter” e si realizza una “informal mentorship”, modello molto interessante soprattutto per la didattica. Difatti, rileva Jenkins quanto sia profonda la contraddizione di coloro che mettono i computer nelle scuole e li disconnettono da ogni forma di cultura partecipativa in nome della sicurezza dei minori.
3-CONTENT IS REMIXABLE: su questo punto tra i più noti del pensiero di Jenkins e non solo basti pensare alle implicazioni sul copyright e sul nuovo concetto di proprietà intellettuale.
4-CONTENT IS SPREADABLE: in questo senso spreadable non è sovrapponibile al concetto di stickiness che implica un uso del mezzo maggiormente passivo. “Spreading media preserve culture” “if it does not spread is dead”. Con l’avvertenza che la circolazione e la distribuzione(spreading) sono due concetti e filosofie differenti, lo spreading impatta sulla viralità e rende le persone degli amplificatori, degli hub.

Fonte immagine: http://bit.ly/LhKdmv

Appunti a margine:

  • da studiarsi un po’ il tool social flow che Jenkins ha usato per evidenziare quali siano stati i maggiori amplificatori nel caso Kony 2012.
  • l’idea del gaming come motivante per i ragazzi non tanto per i punti ma soprattutto perchè gli scopi e le regole sono chiari
  • infine lezione di vita nel vedere l’interesse che Jenkins ha dimostrato per le domande degli studenti delle superiori che erano venuti a ascoltarlo.

Credits delle immagini @fabioserenelli

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