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Alcuni appunti sparsi e a caldo dal 6 summit Italiano di Architettura dell’informazione.
Dopo la giornata di workshop eccoci alla vera e propria conferenza, questa formula della 2 giorni mi piace molto (e i workshop, a parte il mio entusiasmo sfegatato per quello che ho seguito e che ho raccontato qui, devo dire che sono il sale della due giorni).
Quella che segue è una visione parzialissima e personalissima con quello che è piaciuto di più a me ma, visti i sentimenti di Twitter (#iias12), direi che più o meno rifletto un’opinione generale.
Tra le cose che mi porto a casa c’è sicuramente la scoperta di Claudia Busetto che mi insegna la relazione tra détour e una delle mie parole del cuore di quando facevo la bibliotecaria ovvero serendipity (e mi stupisce introducendomi al détour attraverso il Semaforo Blu di Rodari). Poi ci conquista con la metafora dello shopping sul genere Gli uomini vengono da Marte le donne da Venere ovvero se un uomo va comprare un paio di pantaloni entra e compra un paio di pantaloni se una donna deve fare la stessa cosa (dubito che userebbe la parola pantaloni a favore di qualcosa di più tecnico tipo vorrei un paio di Capri) allora fa un giro che la porta alla meta (forse) attraverso un percorso assolutamente meno lineare (détour) perché l’obiettivo è l’esperienza.
Quale relazione con la serendipity? La serendipity è fatta di contesti e legami e può essere randomica, guidata o controllata (differenze tra le 3 nelle slides) Dopo una carrellata di esempi e servizi dal web (la maggior parte mi erano nuovi) ecco arrivare il core: non si tratta più di percorsi ma di cicli scanditi dal ritmo delle voglie dell’utente e lo scopo è la ricerca della progettazione di esperienze. (e cicli vs percorsi è uno dei leitmotiv di questo summit)

Le sue slides sono qui, enjoy!

Mi perdoneranno gli altri relatori se sorvolerò sui loro talk (e anche sul keynote ma non è un giudizio di valore, lì ero distratta per motivi personali) perchè troppo tecnici o poco  rispondenti ai miei interessi di ricerca. In realtà due parole le voglio dire: qualcuno si è presentato riassumendo sostanzialmente un libro (e non si fa) ma è stato massacrato per l’infelice scelta del font (un comic sans!), qualcun altro magari anche preparato non ha proprio la dote del saper parlare in pubblico e fare slides, di altri ho apprezzato l’esposizione di casi studio interessanti (caso Fiat e caso Euclid) ma da cui per formazione ho saputo trarre pochi spunti.
Però ho capito una cosa: che il live wall of tweets è una super arma a doppio taglio soprattutto se trovi gente che twitta come dei pazzi senza peli sulla lingua (e quanto mi sono divertita a twittare non ne avete idea!)
Tormentoni della serie il popolo-della-rete-non-perdona:
il comic sans scelto da ben due relatori
Flavia utente tipo scelto da Doralab che è diventata un fake di Twitter che ci ha fatto morire

Poi è arrivato Badaloni (ormai sono una sua groupie) con un talk superbo a unanime consenso keynote morale dell’edizione. Oltre a essere un uomo colto è anche estremamente performante e sulle note di Iannacci (Quelli che…oh yeah!) ha delineato la sua fenomenologia dell’ignoranza digitale contro gli zombie. Spero vivamente che appaia in rete qualche video del suo speech da conservare a futura memoria di come trasformare una platea di due giorni di conferenza in un gruppo di ultrà che se la ghignano come se fossero a Zelig.
Dopo i nativi digitali (che per quanto me ne occupi inizio a non poterne più di questa definizione) ecco arrivare gli zombie digitali ovvero quelli che con la tecnologia c’azzeccano quanto meno poco (oh yeah!)
Gli zombie sono in mezzo a noi e fanno danni perchè dovrebbero essere morti ma sono vivi. Per fortuna possiamo riconoscerli e possiamo decidere se ucciderli oppure  guarirli dando loro una chance di vita digitale (e se non vi è ancora chiaro ciò che li rende zombie è proprio l’ignoranza digitale che li caratterizza)
Ecco allora 4 punti chiave da tenere in mente per non trasformarci noi in zombie (e più avanti anche le regole su come guarirli):
-internet è un luogo e non un mezzo, è un posto che si fa e non si usa
-internet è un luogo pervasivo e non esiste un ecosistema digitale ma solo un ecosistema tout-court
-internet è un luogo in cui i limiti spazio temporali non possono essere usati come limite fisico come accadeva nelle narrazioni basate sul postulato narrativo delle finitezza
-internet non è una rete di documenti ma una rete di persone (bibliotecari vi prego tatuatevelo in fronte!), una personificazione collettiva di una rappresentazione totemica (questo non l’ho ben capito ma penso che faccia figo e prima o poi lo userò per darmi un tono)
Insomma ogni nodo della rete è un’entità dialogante e la struttura della comunicazione è reticolare. Questo cambiamento non è banale e apre tutto un filone di studi e indagini che potrebbe/dovrebbe interessare anche chi si occupa di sociologia.
Ma vi avevo promesso i punti per uccidere gli zombie, all’insegna dell’onestà intellettuale e della fiducia come base fondante dell’etica nella comunicazione reticolare:
-essere e non farci
-lasciarsi cambiare perchè la rete è un’infrastruttura di dialogo (bibliotecari, per favore, se questo non lo volete tatuare almeno segnatevelo per bene)
testimoniare e non rappresentare perchè chiunque può connettere i punti trovando percorsi di senso
– scambiare fiducia
ovvero abbandonare la domanda come posso attirare la tua attenzione e sostituirla con come posso fare per meritare la tua fiducia?

Disponibili qui le slides (se vi siete persi il talk però dicono poco) 

Insomma: la prossima volta che esco con Flavia se vedo uno zombie lo converto diretto senza passare dal détour 🙂

Update: 05/07/12 qui il video imperdibile di Badaloni http://vimeo.com/45055601 e qui tutti gli altri http://vimeo.com/italianiasummit

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