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Lo so che sono di innamoramenti intellettuali facili, ma quello di oggi è stato davvero un colpo di fulmine! Ho assistito a un workshop del Vi summit di Architettura dell’informazione tenuto da Federico Badaloni, architetto dell’informazione per il gruppo Repubblica L’Espresso (qui il suo blog) questo hashtag #iias12 per chi vuole seguire conferenza e live qui http://www.ctu.unimi.it/videoflash/live/live_streaming.html)

Prima considerazione personale: ma porcaccia la miseriaccia questo intervento su tagging e tassonomie non lo potevo ascoltare prima di consegnare il mio primo lavoro di dottorato sul social tagging? Sgrunt! 😦
Per il resto butto giù un po’ di appunti e idee sparse in attesa di sentire domani l’intervento di Badaloni alla conferenza.

Abbiamo iniziato con un gioco a squadre, ogni squadra ha scelto un osservatore partecipante che Badaloni ha istruito e ci hanno dato in mano un articolo e una foto (la foto era questa) dicendoci: ok taggateli! E da lì, con questo escamotage, abbiamo iniziato a entrare nel mondo dei tag.
L’immagine che Badaloni ci consegna dell’organizzazione classica dell’informazione è quella di una cassettiera che noi dobbiamo scambiare con un mattone potenziato ovvero un lego. La metafora del mattone ci dice che ci sono più facce da considerare (e non cassetti chiusi) e il mattone che diventa qualcos’altro è il mattoncino per eccellenza ovvero il Lego che ci rimanda all’idea di info che si costruisce, combina etc.
Ah, volete sapere come è finito il gioco? beh in un certo senso abbiamo perso tutti perchè Badaloni non ci ha detto per che scopo taggare e senza sapere il contesto il tagging non è fattibile. Ma non solo; la conoscenza del contesto è fondamentale perchè il tagging è solo un item di un cluster informativo più ampio che è una storia.
Allora a quali domande deve rispondere un tag? Principalmente due: cosa è o cosa significa. Potenzialmente nessuna descrizione è sbagliata ma è importante chiedersi sempre: quali sono i tag di cui ho bisogno? Il fundamentum divisionis è fondamentale ovvero non è possibile fare coincidere più criteri tassonomici in uno stesso articolo ops tag. Lo scopo non è dare tanti più tag possibili ma quelli pertinenti allo scopo che mi sono prefisso. Pertanto il tagging, così come ce lo racconta Badaloni nella sua esperienza giornalistica, non è “libero” ma redazionale.
Questa che stiamo andando raccontando non è solo una pippa teorico-tassonomica da malati di ordine tipo quelli che hanno le polo nell’armadio ordinate per gradazioni di colore, ma ha uno scopo ben preciso.
In un contesto in cui un item ha una vita brevissima, una corretta taggatura permette di allungare la vita di un cluster di contenuti organizzandoli in una storia che duri nel tempo. Per questo motivo scegliendo i tag dobbiamo muoverci con uno sguardo al passato ma anche al futuro. I tag danno aria, fanno volare un item. La caccia alle storia che facciamo noi uomini ci consuma energie e dobbiamo valutare il dispendio energetico e il valore nutrizionale della storia che troviamo (ok dai lo avete riconosicuto vero l’information foraging?). Insomma i tag mettono gli Omega3 a un item informativo 🙂
Ma attenzione: l’unità minima del giornalismo digitale cessa di essere l’articolo per diventare un cluster che non è solo una somma di item ma la somma delle relazioni tra gli item (che generano le storie). La figura matematica che ci viene in aiuto è quella del grafo. Lo spazio non è bidimensionale come nella narrazione lineare tradizionale ma tridimensionale ed un grafo è composto di nodi e archi che sono i cammini e gli snodi delle nostre storie.
Qui mi sono distratta a pensare come FRBR ovvero la grande rivoluzione della biblioteconomia sia assolutamente sottovalutata e non capita da una professionalità che ha un reale e urgente bisogno di ritrovare un senso al proprio agire e darsi modelli e scopi nuovi-Chiusa parentesi-

Infine. dopo una serie di suggestioni e spunti non meno interessanti sulla liquidità delle tassonomie, sui bouquet e sulla resilienza, eccoci arrivare all’ora di pranzo con il nostro take-away ovvero un piccolo vademecum per taggare:

  1. scegliere una parola chiave significa adottare un tag diacronico
  2. scegliere un tag è esprimere una visione della realtà (i tag non sono oggettivi). Ad esempio il tag Ruby per Repubblica può essere prostituzione minorile per Il Giornale gossip
  3. l’insieme dei tag tende all’entropia ed è instabile; questo fatto implica scelte ben precise e di gerarchia sul livello di granularità da adottare (i tag non li aggiunge il singolo giornalista ma il caporedattore)
  4. chiedersi la durata nel tempo di un tag (scegliere i tag con uno sguardo diacronico e programmatico)
  5. preferire l’universale al particolare
  6. chiedersi se inserendo un nuovo tag se ne dovranno aggiungere altri di conseguenza
  7. non usare abbreviazioni se non sono davvero indispensabili
  8. dare una sorta di gradiente ai tag inserendo per primi i più importanti
  9. meglio una discussione su un tag che una discussione su un titolo
  10. meglio un tag in meno che un tag in più

Il tutto condito da proprietà lessicale rara (e una notevole dose di simpatia). Verso la fine alla domanda di un collega che chiedeva la relazione tra #Twitter e il tag redazionale, Badaloni ha citato l’esempio del tagging e della letteratura per ragazzi. Mi sono scese due lacrimucce di gioia 🙂

Update: Ed ecco le slides 

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