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Ci sono dei post che ti ispirano come fossero un libro intero e che metti sullo scaffale di Delicious in bella evidenza. Uno di questi è l’esaltante scoperta di questo martedì mattina ovvero il post Ripensare il concetto di community di Stefano Mizzella (che scopro ha frequentato il mio stesso phd ma dai!)
Lettura integrale consigliatissima, qui alcune cose che hanno colpito particolarmente la sottoscritta (che di lavoro porterebbe appunto il cappello di community manager)

  • Community e piattaforma non sono la stessa cosa e soprattutto per motivi di buonsenso facilmente intuibili (e anche un po’ più raffinati): un account aziendale sui social cosi non equivale-sostituisce la pagina web aziendale.
  •  Ecosistema informativo e approccio olisticoFacebook, Twitter, YouTube, il blog aziendale, l’applicazione mobile o la community proprietaria sono parti attive del medesimo ecosistema. Che si tratti di una grande azienda o di una startup, è arrivato il momento di ragionare e agire in modo olistico, tenendo insieme non soltanto l’interno e l’esterno dell’azienda, ma arrivando a integrare il più possibile i singoli satelliti di cui è composta la presenza online di un brand.”
  • legame non è solo banale integrazione di canali ma di contenuti (una pervasive information architecture per citare un altro tema che mi appassiona di questi tempi) “Il concetto di community dovrebbe essere, quindi, percepito come un layer trasversale capace di tenere saldamente legati tra loro i diversi canali e, aspetto ancor più importante, i diversi obiettivi strategici associati ai singoli canali. Posizionare la bandierina del brand su una nuova piattaforma è un’operazione decisamente banale se confrontata con la necessità di individuare questo layer e costruire intorno ad esso le possibili esperienze di interazione tra band e utenti. Adottare un approccio community-centered significa ragionare per esperienze e non più per canali
  • ruolo del community manager come figura strategica aziendale e diversa dal social media manager, che lavora con lo strategist ma fa anche analisi e monitoraggio dei dati. Tutto questo però non deve mai prescindere dal dialogo interno e dalla condivisione degli obiettivi comuni . “Senza questo filo diretto con l’azienda un community manager, indipendentemente dalla sua bravura, rischia di assomigliare a un addetto del call center costretto a lavorare senza ricevere istruzioni su cosa dire a chi è dall’altro capo della cornetta.”
  • ah a questo proposito la mia citazione preferita è “Potremmo dire che l’importanza (e la difficoltà) del ruolo del community manager sia direttamente proporzionale alla visione che l’azienda deicide di riversare nella community: se il brand è interessato a sviluppare azioni di marketing, lead generation, caring e innovazione, avrà bisogno di uno o più community manager in grado di offrire un contributo di valore verso ognuno di questi obiettivi. Al contrario, se l’interesse del brand si limita al rilancio di qualche sporadico comunicato stampa all’interno delle piattaforme social, sarà sufficiente delegare le attività a un ragazzo abbastanza bravo nel copia e incolla
  • le abilità del community manager trascendono la conoscenza delle piattaforme e le competenze tecniche e sconfinano di più nelle scienze umane, in ambiti come la psicologia o la sociologia o come, dice uno dei commenti al post (@customerking), in figure tipo il  netnografo o antropologo della rete
  • quali sono i KPI da considerare: bisogna andare oltre la logica quantitativa o quella dei media generalisti e ” adottare la metafora della community come layer sovrapposto significa andare al di là dei singoli KPI associati ai diversi canali e iniziare ad adottare metriche legate agli obiettivi della strategia più che alle performance singola piattaforma.” Sul tema fresca fresca la notizia che anche gli analytics di Google sembra stiano cambiando un po’
  • e questo ci porta al core dell’articolo ovvero il ripensamento generale del concetto di community e non solo “Puntando dunque sulla creazione di un nuovo possibile standard, anche il sistema di metriche dovrebbe poter derivare dal concetto di ecosistema del brand secondo cui i singoli dati, per generare valore e conoscenza, devono poter essere aggregati superando le barriere dei silos interni. Questo implica collaborazione e una fluidità nei processi”
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